I Black Tail sono una band di Latina, con un suono indie-americana, tessiture jangle e chitarre sempre pronte a intrecciarsi. Wide Awake on Beds of Golden Dreams è il loro quarto album, un lavoro con piccoli spazi di quiete, e molti scenari che cambiano improvvisamente, in cui speranza e amarezza si mescolano e si confondono. Ne abbiamo parlato con loro.

QUANTO VI SENTITE HYPFI? CIOÈ, FATE MUSICA TRISTE MA SIETE PERSONE FELICI?
Forse non esiste una definizione migliore per il nostro rapporto con la musica triste. Non so dirti perché è così, ma la malinconia e la tristezza, in musica, per noi hanno un effetto quasi taumaturgico. Ti fanno sentire connesso con qualcosa, e la maggior parte delle volte non ti chiedono di sforzarti troppo per cercare di capire cosa sia o perché succede. In un certo senso ti ricordano nella maniera più diretta ciò che è necessario non dimenticare. Pure per quello, alla fine, c’entra anche la felicità.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL VOSTRO ALBUM, WIDE AWAKE ON BEDS OF GOLDEN DREAMS, E PERCHÉ?
Probabilmente Haze. Perché c’entra con la solitudine, quella di quando hai bisogno di spazi infiniti intorno; c’è la ricerca, c’è la perdita. Forse c’è anche la disperazione, che tra le forme di tristezza è la più triste, e in questa canzone predomina sulla nostalgia. Però, hey, come spesso succede per quanto riguarda il nostro modo di decodificare certi stati d’animo, c’è anche la speranza. Magari in fondo a tutto, nascosta bene, pronta a sbucare quando non sembra possibile. E’ tipo quando chiudi nell’armadio un libro di poesie di Salinas perché fanno troppo male, poi un giorno, mentre cerchi la tua maglietta preferita ti ricapita tra le mani e ti rendi conto che inizi a leggerci soprattutto l’incanto (con l’incanto va bene anche la Dickinson. Però potete metterci il libro che vi pare). Ecco, mettiamola così.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Qui è una battaglia tra Josephine e A Landslide. A Landslide dichiara esplicitamente quanto, da adolescenti, fosse più facile essere tristi, senza dover trovare a quel sentimento troppe spiegazioni complesse. Josephine, invece, perché è un tipo di canzone come quei film indipendenti che fanno schifo a quasi tutti i miei amici e che invece piacciono da morire a me. E’ una canzone, ma la puoi immaginare come se tu stessi ballando su una musica. Con le cuffie e il cellulare in mano, e gli occhi chiusi come uno scemo. Poi la musica finisce, e inizia un’altra canzone, ma a te va ancora di ballare sulla canzone precedente. E quindi lo fai. Continui anche se la musica è diversa, e i tuoi passi sono tutti fuori sincrono, a te sta bene così. E’ una canzone che dice: “va bene, va bene lo stesso – io sto bene così”. E se anche fosse stata una canzone triste, quella su cui ti andava di ballare, beh, che problema c’è: stai bene così.

IN CHE MODO LA VOSTRA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Spero possa funzionare come funziona per noi scriverla. Esorcizzare, o magari sentire una piccola vicinanza con il modo in cui cerchiamo di parlare di un mondo che gioca a nascondersi. Captare un segnale lontano e indistinto. Sono sicuro che un po’ tutti quelli che amano la musica triste, ma che sono persone allegre, si siano sentiti come una specie di ingegneri del progetto SETI, che stanno lì a captare o a trasmettere messaggi radio sperando arrivino da qualche parte nello spazio remoto, per capire se sono gli unici a percepire il mondo in quel modo. Prima o poi va a finire così, non è vero?

QUALI SONO LE VOSTRE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Questa è difficile, sono talmente tante possibilità, che vorrei imbrogliare, perché davanti a domande sulla musica, gli sporchi tristi-allegri come noialtri tendono a far questo: imbrogliare. Però faccio il bravo, e ti dico: It Makes No Difference, di The Band. Perché beh, la voce di Rick Danko se la senti ti fa quell’effetto lì. A Stone, degli Okkervil River, perché Will Sheff è un genio che riesce magistralmente a maneggiare la malinconia, perché conosce bene la bellezza. The Day Texas Sank on the Bottom of the Sea di Micah P. Hinson. Quando entrano tutti gli strumenti in parata, inizia a calpestarti di brutto, come se fossi uno di quei fiori che vengono lanciati per strada e tutti continuano a passarci sopra. Sembra come Atlantide di De Gregori, ma moltiplicato per dieci. Ecco, ho imbrogliato, lo sapevo.

Ecco Wide Awake on Beds of Golden Dreams:

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