I Marcovaldo vengono dalla Romagna e, come nella migliore tradizione di quella scena musicale, portano con loro tutta la forza degli anti-eroi moderni, come il loro stesso nome suggerisce. Dopo il debutto nel 2017 con un disco diventato di culto e un non-concerto rimasto nella storia, la band si è presa una pausa. Dopo quasi dieci anni torna con un nuovo album, Racconti brevi, un album viscerale e autentico nato dalla nuova urgenza espressiva, con il tempo e la memoria al centro del racconto. Un disco lo-fi e dinamico, tra emo, post-punk e influenze anni 2000, che alterna energia e momenti più melodici, guardando al passato per rilanciarsi nel presente. Ne abbiamo parlato con loro.
QUANTO VI SENTITE HYPFI? CIOÈ, FATE MUSICA TRISTE MA SIETE PERSONE FELICI?
Non ci definiamo persone più felici o più tristi della media, siamo come l’Inter, giorni felici e tristi. Ci accomuna una sensibilità accentuata e questo a volte ci espone di più alle fragilità, a momenti di chiusura o malinconia. Allo stesso tempo, però, quella sensibilità nei momenti difficili ci permette di capirci davvero, di avvicinarci agli altri e di vivere con maggiore intensità anche i momenti felici. Le risate non mancano. Le canzoni nascono da un sentire malinconico di fondo, ma spesso nascondono uno sguardo sognante.
QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL VOSTRO ALBUM, RACCONTI BREVI, E PERCHÉ?
Se dobbiamo sceglierne una dal flusso che è il disco, forse Gancio cielo (di cui 99-101 è il diretto proseguimento) è la più triste. È stata concepita in modo un po’ diverso, scritta molto velocemente dopo la perdita di un amico, Poss. Risale al 2016 ed è arrivata quasi come se fosse già pronta, come se fosse già stata scritta da qualcuno. In un periodo particolare è stata un ottimo rifugio, uno stratagemma per cristallizzare un momento e conservarlo per sempre. In qualche modo, ha portato sollievo a una tristezza profonda. Questa canzone apre una sorta di portale sull’adolescenza, sul passato, su qualcosa di invisibile che ritorna come elemento ricorrente nel disco.
E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
La canzone più felice potrebbe essere Marina, perché racconta una natura che si risveglia nei momenti d’amore, lasciando lontani i pensieri della città e concedendosi di vivere le cose più semplici con uno sguardo diverso, persino la noia del traffico al ritorno. Anche se tutto questo ormai è passato, il ricordo resta e fa ancora vibrare i sassi al mare, basta guardare le barche per essere riportati sempre lì. Oppure qualcuno dice che la più felice sarà nel prossimo disco.
IN CHE MODO LA VOSTRA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Nel riconoscersi, anche solo in minima parte, in un’atmosfera o in una frase. L’idea alla base della nostra espressione è creare con la musica uno spazio in cui chi ascolta possa sentirsi accolto e ritrovarsi. Le canzoni possono diventare un appoggio su cui accasciarsi o delle mensole su cui riporre dei momenti belli, e noi speriamo che questo possa accadere con le nostre. Così il desiderio di connessione e di fare del bene agli altri trova il suo compimento. La musica è qualcosa da condividere con gli amici, sotto il palco, tra band diverse. In questa condivisione può nascere una forma di felicità.
QUALI SONO LE VOSTRE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Troppo difficile da rispondere: Adam’s Song dei Blink 182, Brothers On a Hotel Bed dei Death Cab for Cutie, By This River di Brian Eno.
Ma citiamo anche Dlp 1.1 di William Basinski, Lost Wisdom di Mount Eerie, Per me è importante dei Tiromancino, Cutting My Fingers Off dei Turnover, Stupide cose di enorme importanza di Marco Giudici, Occhi di Zucchero, Wish You Were Here nella versione degli Sparklehorse e Thom Yorke, I Can’t Live Without My Mother’s Love di Sun Kil Moon.
Ecco Racconti brevi:


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