Ric Pecchi è un cantautore, produttore e polistrumentista italiano basato a Londra, che fonde l’intimità lo-fi della canzone contemporanea con gli arrangiamenti orchestrali classici italiani anni 60-70. Il suo EP d’esordio Night Bloom è un progetto profondamente personale, che unisce folk contemporaneo e sensibilità cinematografica. Ne abbiamo parlato con lui.

QUANTO TI SENTI HYPFI? CIOÈ, FAI MUSICA TRISTE MA SEI UNA PERSONA FELICE?
Più che triste, mi definirei una persona malinconica. Lo stesso vale per la musica. Ci si può sguazzare nella malinconia e usarla come legna da ardere per fomentare ispirazione. Non solo in modo artistico ma anche nella vita d’ogni giorno. La tristezza è più seria e reale, la malinconia e’ quasi magica a volte e può far viaggiare anche in posti belli. Mi pare fosse Nietzsche a trovare la malinconia necessaria per una mente artistica. Non aveva troppo torto.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL TUO EP, NIGHT BLOOM, E PERCHÉ?
La più triste è probabilmente Everything At Once. Parla del voler essere, come dal titolo, tutto nello stesso momento, o meglio diverse versioni di se stessi, anche in modo astratto. E da ciò può derivare frustrazione o delusione.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’EP?
La più felice è di sicuro Ode To Life dal titolo si capisce che non può essere triste.

IN CHE MODO LA TUA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Non so se una canzone per se stessa possa rendere qualcuno felice. Una canzone può scagionare energia positiva o un bel ricordo, ma la musica è da condividere. Ci si sente felici con la musica se la si vive in compagnia secondo me. Quindi, il consiglio è ascoltarla con qualcun altro. Una cuffia a testa. O suonarla insieme.

QUALI SONO LE TUE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Non direi preferite di sempre ma al momento diciamo Hey, Who Really Cares di Linda Perhacs, Love Who We Are Meant To di Feist e The Rip dei Portishead.

Ecco Night Bloom:

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