Satellites è il quarto album della compositrice, cantante e violinista italo-americana Emma Grace e, come i precedenti lavori, è frutto di un processo personale e intuitivo, mai pienamente pianificato. È un lavoro sospeso tra ambient, minimalismo e songwriting, in cui l’ascoltatore rimane in bilico, come in un corridoio tra due mondi. È una sospensione carica di emotività, un’immobilità che pulsa di dinamica, un abbandono che vibra di presenza. Ne abbiamo parlato con lei.
QUANTO TI SENTI HYPFI? CIOÈ, FAI MUSICA TRISTE MA SEI UNA PERSONA FELICE?
Credo di essere molto positiva di natura. Fare e ascoltare molta musica triste non è mai stato contraddittorio con la ricerca di gioia e vitalità. Sentire e provare tristezza, accettandola e integrandola, è bellissimo quanto qualsiasi altra emozione. E la musica è una delle poche pratiche che riesce davvero a rendere quell’emozione più fluida, rispetto a come viene considerata dalla società.
QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL TUO ALBUM, SATELLITES, E PERCHÉ?
Mmm… direi Fireflies. È l’ultima, e racchiude tutto il processo dell’album. Sono lacrime di gioia.
E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Forse per molti sarà N.F.T.W., ma io ribadirei Fireflies. Lacrime di gioia.
IN CHE MODO LA TUA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Forse nell’immersione nelle emozioni che, a primo impatto, possono sembrare più amare, tristi o “ferme”, ma che in realtà non lo sono. Mi auguro che aiutino a sciogliere qualcosa a cui di solito non diamo molta attenzione o ascolto. Quindi più felici, sì, ma non per distrazione, piuttosto per sollievo e leggerezza, nel lasciare andare qualche peso in più.
QUALI SONO LE TUE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Hide and Seek di Imogen Heap, Land Animal (Ben Frost remix) di Keeley Forsyth, Oh God di Jerskin Fendrix, Lonely Days di Hudson Mohawke… Storicamente non posso non nominare By This River di Brian Eno, Miel o Piel di Arca, Both Sides Now di Joni Mitchell. Ne ho dette tre, giusto? Allora mi fermo <3
Ecco Satellites:


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