Marco Giongrandi – isolano di origine, milanese di nascita, brussellese d’adozione – ha pubblicato l’album When Birds Call in the Darkness, regalandoci un disco dal sapore dolce e accogliente. Otto tracce concepite attraverso un percorso che parte da una scrittura profondamente poetica per poi attraversare sensazioni e sentimenti sfaccettati, collettivamente riunite in un viaggio dal sound maturo e accuratamente levigato. Ne abbiamo parlato con lui.
QUANTO TI SENTI HYPFI? CIOÈ, FAI MUSICA TRISTE MA SEI UNA PERSONA FELICE?
Diciamo un buon 7.5 su 10. Quando scrivo cerco spesso la linea sottile che separa tristezza da luminosità per non cadere né nell’autocommiserazione né nella superficialità. Sicuramente mi piace trattare temi che possono risultare grevi senza perdere di vista lo spiraglio di luminosità che ci può essere nelle cose.
QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL TUO ALBUM, WHEN BIRDS CALL IN THE DARKNESS, E PERCHÉ?
Beh, non posso che citare Graveyard per ovvie ragioni. Il tema non è dei più felici – l’esperienza del lutto – ma in realtà penso e spero venga affrontato in modo catartico.
E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
La maggior parte dei pezzi dell’album ha un risvolto felice o almeno sereno, ma The Doors and the Book è sicuramente il pezzo con l’atmosfera più liberatoria e solare.
IN CHE MODO LA TUA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Forse per il suo potenziale empatico? Mi piacerebbe che l’ascoltatore possa riflettersi nelle mie esperienze e farle sue. Che si possa sentire capito o meno solo.
QUALI SONO LE TUE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Difficile individuarne solo tre, quelle che mi vengono in questo momento sono River Man di Nick Drake, The One I Love dei Blonde Redhead e I’ll Be Seeing You nella versione di Billie Holiday.
Ecco When Birds Call In The Darkness:


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