Abbiamo parlato di Alberto Cipolla in occasione del suo nuovo singolo Foggy Day. Ora che è uscito il suo secondo album, Branches, abbiamo anche parlato con il cantautore torinese, facendoci raccontare in che modo la sua musica è HypFi, triste ma per persone felici.

QUANTO TI SENTI HYPFI? CIOÈ, FAI MUSICA TRISTE MA SEI UNA PERSONA FELICE?
Evito di scomodare l’ormai abusata citazione di Tenco che diceva “scrivo canzoni tristi perché quando sono felice esco di casa” ma in sostanza è così: direi che non sono una persona triste (credo, spero, insomma). Cerco di trovare quanto più possibile dei lati positivi nelle cose tristi o trasformarle in spunti per riflettere o migliorare, quindi non mi reputo una persona triste, ma se con felice si intende una persona sempre solare, e senza preoccupazioni, beh non sono neanche quello.
Credo di essere una persona abbastanza riflessiva e come tale, ahimè, forse destinata ad essere sempre in quella condizione di “sì, ok, tutto bene e tutto bello… MA”. Però non sono noioso eh. Indentiamoci, non me ne sto accasciato sotto la doccia, lasciando che l’acqua lavi via il dolore eccetera, eccetera, il venerdì e sabato sera esco, rido, ascolto concerti, ballo, rientro tardi. MA.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL TUO NUOVO ALBUM, BRANCHES? E PERCHÉ?
Dipende intanto da cosa intendiamo per “canzone triste”: è triste il testo? La musica? Rende tristi? Nasce da situazioni tristi? Probabilmente è molto soggettivo ma, mettendo insieme tutti gli elementi, quella più canonicamente “triste” credo sia Absence. L’assenza come concetto proprio di “mancanza”, “vuoto”, non per forza inteso come assenza fisica di qualcosa o di una persona, ché può anche essere sempre presente con noi ma in qualche modo la percepiamo distante e assente, un distacco quando invece avremmo bisogno di essere capiti. Inoltre, molti altri brani dell’album sono un po’ cupi musicalmente, ma almeno c’è un testo con dei messaggi positivi a fare da contraltare. Qui il testo non c’è: sono quattro minuti e mezzo di pianoforte prima intimista, poi violento, poi si aggiungono anche degli archi dissonanti, senza potersi appellare ad una scappatoia positiva delle parole. Quindi, sì, effettivamente è la canzone più triste di Branches.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Penso sia No Regrets (pt. 2). Anche se indubbiamente quella con il ritmo più ballerino ed estivo è Two Lovers, la seconda parte di No Regrets, messa lì in chiusura del disco, è un po’ il ricapitolare che – sì – a volte può sembrare che tutto quello che facciamo e viviamo vada nella direzione sbagliata e sia tutto perso, inutile e da buttare ma, ehi, magari invece è proprio il percorso giusto che più avanti ci farà capire che grazie a quelle situazioni di merda siamo arrivati dove siamo arrivati ed è stato un bene che ci siano capitate cose bruttissime perché han costruito la strada per gli eventi a venire. Credo sia un’idea di speranza che ogni tanto faccia bene tenere in considerazione. E anche musicalmente il brano bilancia abbastanza bene il mood più intimista della parte 1 chiudendo “col botto”.

IN CHE MODO LA TUA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Quando la spengono per mettere su l’ultimo pezzo di Alvaro Soler? Scherzi a parte, non credo di aver mai scritto canzoni totalmente “negative”: cerco sempre (soprattutto in Branches) di restituire, comunque, se non un messaggio vero e proprio, quanto meno delle immagini positive, anche quando l’argomento del testo non è dei più felici, che sia in contrasto con una musica che invece è piuttosto cupa o che sia su una musica invece più vitale. A volte sia la musica che il testo non sono tristi (penso ad esempio a Summer Sun, del mio primo disco Soundtrack for Movies in Your Head). Altre volte ancora invece non c’è testo e la musica è decisamente scura, ma confido nell’effetto catartico che, alla fin fine, ti libera e dà sollievo. Un po’ come quando Jessica Day, in New Girl, si molla col ragazzo e passa le giornate ad ascoltare in loop la non-allegra Rivers di Joni Mitchell. Ecco, alla fine ti fa comunque stare bene perché è liberatoria.

QUALI SONO LE TUE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Questa è una domanda a cui mi è davvero impossibile rispondere. Mentre ci penso sto continuando a cambiare idea perché mi vengono in mente sempre più canzoni che potrebbero rientrare nelle prime tre. Poi quando ho deciso me ne viene in mente una quarta e quindi è tutto da rifare. Facciamo così, mi fermo alle due canzoni a cui ho pensato in questo esatto momento: The Promise di Tracy Chapman e The Book of Love di Peter Gabriel (che ok, è felice in effetti, però è triste) sono due pezzi da cui difficilmente esco indenne dopo l’ascolto. Ma, ecco, in questo momento me ne son già venute in mente altre totalmente diverse e quindi, appunto, la top 3 è di nuovo da rifare.

Ecco Branches:

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