A 5 anni dall’esordio, torna Koko Moon, il progetto solista di Costanza delle Rose (già parte dei Be Forest), con Let the Wild Run at Night, un album notturno e viscerale dove riverberi shoegaze, pulsazioni dream-pop e tensioni elettroniche si fondono in una forma libera e istintiva, dove sentire viene prima di capire. Un lavoro che costruisce un paesaggio sonoro sospeso e notturno, fatto di bassi profondi, synth stratificati e riverberi che amplificano ogni frattura emotiva. Ne abbiamo parlato con lei.

QUANTO TI SENTI HYPFI? FAI MUSICA TRISTE MA SEI UNA PERSONA FELICE?
Mi ci rivedo abbastanza, nel senso che la musica che creo arriva da una parte molto profonda del mio essere, quella dimensione solitaria, malinconica e un po’ mistica che fa parte della mia essenza. Scrivere è dare forma a questo luogo ed emozioni che spesso non porto in superficie quando sono nel mondo, tra le persone, con gli amici. Nella vita quotidiana emerge un’altra parte di me, più solare e leggera. Le due cose convivono e si bilanciano. Non mi definirei né una persona triste né una persona felice: forse sono più malinconica, se devo scegliere una parola. Mi sento in una zona intermedia, terra di mezzo, in continua ricerca di equilibrio.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL TUO ALBUM, LET THE WILD RUN AT NIGHT, E PERCHÉ?
È una scelta difficile 🙂 ma direi “What Am I Looking For?”, il brano che chiude l’album. Credo sia la più fragile perché parla del mio desiderio di nascondermi, di trovare un luogo sicuro, del mio non sentirmi mai abbastanza o all’altezza. Racconta quella sensazione sottile e affilata di non meritare, di non pretendere per sé ciò che invece si augurerebbe agli altri. Dietro i sorrisi e le apparenze a volte c’è solo una grande stanchezza e la voglia di scomparire.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Ancora più difficile. Ma direi Red Car. Fin da bambina facevo un sogno ricorrente, ero su una macchina senza nessuno al volante. Mi terrorizzava, perché sapevo di non saper guidare e che prima o poi mi sarei schiantata. Mi svegliavo nel cuore della notte urlando. Qualche anno fa ho rifatto lo stesso sogno, ma per la prima volta ho preso il volante. Ho guidato io. E mi sono ritrovata su una strada lunghissima, nel mezzo del deserto, è stato bello svegliarsi e sentire di aver risolto una paura inconscia. Questa canzone parla proprio di questo: del momento in cui decidi di prendere in mano la tua vita, qualunque cosa accada. A ogni bivio sarò io, e solo io, a scegliere da che parte girare. Non è una felicità ingenua, è una felicità consapevole.

IN CHE MODO LA TUA MUSICA PUÒ RENDERE FELICE CHI LA ASCOLTA?
Non so se la mia musica renda felice, e non l’ho mai scritta con quell’intento. Ho scritto per necessità, per condividere, per mettere nel mondo le esperienze che ho attraversato. Credo però che possa creare risonanza. Quando qualcuno si riconosce in una canzone, non si sente più solo, e forse è lì che nasce una forma di felicità, o almeno di sollievo. Questo album per me è come un richiamo nella notte, un verso, un ululato lontano. Può sembrare perso nel buio, ma se qualcuno lo sente e risponde, allora ha trovato il suo senso.

QUALI SONO LE TUE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Metal Heart di Cat Power, Sad and Beautiful World degli Sparklehorse, Vent’anni di galera di Mauro Pelosi.

Ecco Let The Wild run At Night:

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