Luca Cescotti è un cantante veneto che fonde voce, chitarra acustica, viola da gamba e sonorità elettroniche, dando vita a un linguaggio musicale che attraversa pop, rock alternativo, funk mediterraneo e atmosfere ambient. Nel suo nuovo album, Mobili credenze, la dimensione acustica e quella elettronica convivono in un linguaggio personale che attraversa epoche e stili senza forzature. Ne abbiamo parlato con lui.
QUANTO TI SENTI HYPFI? CIOÈ, FAI MUSICA TRISTE MA SEI UNA PERSONA FELICE?
Non so se mi definirei una persona felice, dipende molto dalle giornate. Però non penso nemmeno di essere una persona triste. Nella mia musica tornano spesso atmosfere malinconiche: parlo molto di ricordi, di dubbi, di cose rimaste in sospeso o non dette, e delle scelte che a un certo punto bisogna fare. Quindi sì, probabilmente molte delle mie canzoni hanno una vena malinconica. Ma non credo nasca dalla tristezza in sé: è più il mio modo di osservare certe emozioni.
QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL TUO ALBUM, MOBILI CREDENZE, E PERCHÉ?
Anche se molte delle tonalità di questo disco sono malinconiche, mi accorgo di inserire quasi sempre una svolta positiva nel corso dei pezzi. Forse Mosca è la più cupa, probabilmente la più triste dell’album. Parla di “sciogliere i lividi” e di una persona che non c’è più, ma anche qui, verso la fine, emerge comunque una luce. C’è una piccola rivelazione, un momento in cui, lentamente, si comincia a guarire e a ritrovare un po’ di respiro.
E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Direi Respira. È probabilmente il brano più leggero del disco, sia dal punto di vista armonico che per l’atmosfera generale. La musica ha un’energia più aperta e luminosa rispetto al resto dell’album, e questo lo rende automaticamente il pezzo che suona più “felice”. In realtà il testo non è così spensierato come potrebbe sembrare a un primo ascolto. Dentro ci sono comunque pensieri e piccoli momenti di tensione, però nel ritornello mi ripeto — e in qualche modo lo dico anche a chi ascolta — di fermarmi un attimo, respirare e non stare sempre a giudicare tutto. È più un invito a rallentare e prendere le cose con un po’ più di leggerezza. Quindi non è una felicità esagerata o euforica. Però rispetto agli altri brani è quello che lascia più spazio all’aria, diciamo così. Anche perché poi è la musica che cambia davvero il tono del pezzo: rende tutto più semplice, più diretto, e alla fine dà quella sensazione di respiro che il titolo suggerisce.
IN CHE MODO LA TUA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Quando scrivo cerco di essere il più diretto possibile e di parlare anche delle mie fragilità. Ho scelto di raccontare cose personali, usando immagini eteree, a volte forse poco chiare, ma nelle quali spero che chi ascolta possa immedesimarsi e magari trovare conforto. Alla fine
penso che, quando qualcuno ascolta musica o legge un testo, cerchi sempre un punto in cui riconoscersi. Succede quasi automaticamente… e quando capita, quando ti rivedi in quello che senti, ti senti capito.
QUALI SONO LE VOSTRE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Tender Song di Massimo Urbani, River Man di Nick Drake, Between The Bars di Elliott Smith.
Ecco Mobili credenze:


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