I Teatro Euphoria sono una band siciliana: le loro composizioni mescolano intensità e profondità, colpiscono con forza ma restano accessibili, creando un equilibrio tra impatto emotivo e immediatezza. I testi non puntano solo all’orecchiabilità: custodiscono un’identità precisa, un messaggio da trasmettere. IA è il loro album d’esordio, un lavoro audace, visionario e profondamente contemporaneo, che esplora il fragile equilibrio tra uomo e tecnologia, tra impulso creativo e artificio digitale, tra lucidità e delirio. Ne abbiamo parlato con loro.

QUANTO VI SENTITE HYPFI? CIOÈ, FATE MUSICA TRISTE MA SIETE PERSONE FELICI?
Giuggiolo: In realtà non credo di definire il Teatro Euphoria un gruppo di persone tristi o un gruppo felici. Sfortunati? Sì, tantissimo. Felici? Abbastanza, abbiamo appena pubblicato un album e abbiamo tanto altro a cui lavorare. Tristi? Sì, c’è stata un po’ di tristezza, ma se la vita ci insegna che tutto è un ciclo, anche il sistema felicità-tristezza è come una ruota, a un istante felice equivarrà un istante altrettanto triste.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL VOSTRO ALBUM, IA, E PERCHÉ?
Eugenio: Voglio dare un colpo di scena: la canzone più triste del nostro album è, secondo me, Bramosia. Il brano parla di un artista che tiene in ostaggio l’arte. Questo è già di per sé assurdo: se l’arte è ciò che concede la libertà, perché ridurla in schiavitù? La risposta è amara: perché non siamo sinceri con noi stessi. L’artista mente quando dice di amare l’arte per ciò che è; in realtà, la usa per ottenere fama e successo. Ma c’è un desiderio ancora più oscuro e nascosto: l’artista vuole un mausoleo. Perché una persona viva dovrebbe chiedere all’arte un letto di morte? Semplicemente perché ha paura di essere dimenticato. Spesso l’artista è una figura attiva, eppure socialmente sola; una solitudine che nasce dal non essere capito e che lo spinge a cercare un’immortalità monumentale. Per me questa canzone non è solo la più potente dell’album, ma è un monito brutale: pur credendo di avere il controllo su tutto, non potremo mai dominare qualcosa di infinitamente più grande di noi, ovvero l’autenticità dell’arte. In questo racconto “obsoleto” e assurdo, nel finale avviene il vero ribaltamento: l’arte non è davvero schiava. Si lascia schiavizzare solo per poter confessare all’artista, nell’ultimo istante, che lui non è altro che un suo surrogato. Lascio a voi immaginare come andrà a finire.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Lele: La canzone più felice del nostro album è sicuramente Metrofobia. Una traccia che celebra la sana ignoranza, avvolgendo il protagonista all’interno di una bolla “sicura” e lontana dalle preoccupazioni che possono essere causate dal contatto con la realtà che deriva dalla cultura e dall’informazione. In Sicilia diciamo “futti e futtitinni”: chi è più felice di colui che non si preoccupa di nulla?

IN CHE MODO LA VOSTRA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Branchia: Il nostro intendo è quello di coinvolgere in primis. Una canzone può suscitare non solo il tema della tristezza ma anche quello della rinascita. Ci può essere il momento dove magari si vede una situazione con un occhio più infelice ma noi pensiamo che non si limita solo a questo, che ci sia un dopo e che porti, anche tramite i nostri brani, ad una consapevolezza più vivida.

QUALI SONO LE VOSTRE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Branchia: Determinate canzoni possono essere viste in maniera triste, ma possono avere anche un retrogusto anche diverso, in base a come interpretiamo noi il brano. I brani che ascolto personalmente, che richiamano a quei momenti di tristezza sono questi: Forget Her di Jeff Buckley, Tears dei Rush, How to Disappear Completely dei Radiohead.

Ecco IA:

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