The Dream In Which I Die è il secondo album dei Dor, quartetto post-rock/anti-folk ubicato tra Marche e Abruzzo. 12 canzoni per un disco di oltre 50 minuti che non ha paura di osare e sperimentare, sorretto da una produzione dal forte respiro internazionale, in cui una sezione ritmica articolata e chitarre dissonanti di stampo Touch and Go Records e a tratti crimsoniane si amalgamano alla perfezione con melodie vocali ancestrali dal retrogusto folk. Ne abbiamo parlato con loro.
QUANTO VI SENTITE HYPFI? CIOÈ, FATE MUSICA TRISTE MA SIETE PERSONE FELICI?
Alessandro: Ciao a tutti. Non saprei se definirci HypFi o meno perché non abbiamo idea di cosa significhi. Ad ogni modo siamo persone tendenzialmente malinconiche che quando sono insieme riescono ad essere dei cazzoni di prim’ordine, mentre verremmo scambiati per dei depressi se lasciati a noi stessi. Ma felici non lo siamo mai e mai lo saremo, e la musica dei Dor è forse intrisa di questa rassegnazione.
Francesco: Non crediamo in una distinzione netta tra felicità e tristezza. Nella nostra musica, come credo nella vita di chiunque, i due stati si alternano e molte volte si confondono.
QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL VOSTRO ALBUM, THE DREAM IN WHICH I DIE, E PERCHÉ?
Alessandro: Time Machine. Ogni volta che la ascolto sono da un’altra parte, uno di quei luoghi in cui non vorresti essere ma che non puoi fare a meno di tornarvi.
E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Alessandro: Forse, in quanto meno triste del lotto, The Light Keeper. Ha un piglio grottesco e occulto, quindi non direi che sia un brano “triste”.
IN CHE MODO LA VOSTRA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Alessandro: Non ascoltandola.
QUALI SONO LE VOSTRE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Francesco: Le nostre ore contate dei Massimo Volume, Amico fragile di Fabrizio De Andrè, Stengah dei Meshuggah.
Alessandro: 47 Newly Weds di Tigran Hamasyan, Jimmy dei Tool, Rosemary di Scott Walker.
Ecco The Dream In Which I Die:


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