(h)eart(h) è l’album d’esordio della band psych/wave/shoegaze emiliana Pale Blue Dot. Un titolo che racchiude tre parole chiave: heart – il cuore, luogo delle emozioni più intime; Earth – la Terra, il nostro pianeta fragile e condiviso; hearth – il focolare, simbolo di rifugio e calore. Un intreccio che rispecchia la doppia prospettiva dell’album: personale e cosmica, umana e universale. Ne abbiamo parlato con loro.

QUANTO VI SENTITE HYPFI? CIOÈ, FATE MUSICA TRISTE MA SIETE PERSONE FELICI?
Forse facciamo musica (anche) triste, ma di sicuro siamo persone felici quando facciamo musica.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL VOSTRO ALBUM, (H)EART(H), E PERCHÉ?
Destruction or Resurrection è pervasa da un pessimismo cosmico che in confronto Leopardi è un allegrone. Cosa stiamo facendo del nostro pianeta, di noi stessi? Non abbiamo risposta, ma è triste anche solo essere costretti a farsi la domanda.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Alone, perché a volte esser soli è bellissimo! Così le chitarre si rincorrono felici, la voce si arrampica in alto e la sezione ritmica è una gioiosa macchina.

IN CHE MODO LA VOSTRA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
L’augurio è che la nostra musica possa, anche solo per qualche minuto, lanciare l’ascoltatore come una sonda cosmica in un altro spaziotempo. Sicuramente più gradevole di questo.

QUALI SONO LE VOSTRE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
She Broke You So Softly dei Mojave 3, Feeling Yourself Disintegrate dei Flaming Lips, Bright Horses di Nick Cave & The Bad Seeds.

Ecco (h)eart(h):

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