Comete è il disco di debutto del progetto Van Dyne, band bolognese che parte dal rock sperimentale e dall’elettronica ma si condensa in un synth-pop che non manca di richiamare a modo suo alla tradizione del cantautorato italiano. Ne abbiamo parlato con loro.

QUANTO VI SENTITE HYPFI? CIOÈ, FATE MUSICA TRISTE MA SIETE PERSONE FELICI
Credo che la musica in sé non sia mai in assoluto triste o felice. Le emozioni che la musica trasmette dipendono da chi la ascolta. Sì, non ci reputiamo persone tristi, e in genere non credo che “triste” sia l’aggettivo che darei alle nostre canzoni.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL VOSTRO ALBUM, COMETE, E PERCHÉ?
Probabilmente Vorrei, per il senso di impotenza che proviene dall’impossibilità di trovare nuova linfa in una relazione.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Sicuramente Senza peso, una sorta di inno di fuga e di rinascita per noi.

IN CHE MODO LA TUA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Magari ritrovando parti di sé in quello che cantiamo.

QUALI SONO LE TUE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
In ordine sparso: Vedrai vedrai di Luigi Tenco, Electro-shock Blues degli Eels, 4th of July di Sufjan Stevens.

Ecco Comete:

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