I Carver sono un duo formato da Matteo Cantaluppi (produttore, tra gli altri, di The Giornalisti, Bugo, Francesco Gabbani, Arisa, Ex Otago) e Marco M. Colombo (autore del romanzo Di ferro e cuoio). Insieme hanno pubblicato L’altra faccia della luna, il racconto di un mondo cupo, di una storia senza tempo tra Milano e la Brianza, per un progetto decisamente intrigante che guarda molto al di là delle logiche commerciali o del puro intrattenimento. Ne abbiamo parlato con loro.

QUANTO VI SENTITE HYPFI? CIOÈ, FATE MUSICA TRISTE MA SIETE PERSONE FELICI?
Non abbiamo mai pensato ai pezzi dei Carver in realtà come a pezzi tristi, anzi. L’ultimo album è un lavoro molto cinematografico, duro, cupo, difficile per chi non è avvezzo a certi tipi di sonorità ed in superficie pare non concedere nulla all’ascoltatore. A livello epidermico non lascia spiragli di luce né nei suoni né nei testi, ma ci auguriamo che contestualmente, non sfugga anche il black humor che pervade l’intero album e che ci caratterizza anche come individui. In tutto il lavoro c’è una forte consapevolezza di ciò, e l’inserimento di suoni specifici o di parole chiave, a volte anche ironiche, volutamente eccessive o spiazzanti, serve a stemperare la tensione, e va letto in questa chiave. Siamo persone felici che si divertono a fare la loro musica, senza compromessi, quindi HypFi al 100%.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL VOSTRO ALBUM, L’ALTRA FACCIA DELLA LUNA, E PERCHÉ?
Forse New South Wales perché il protagonista fa un’amara riflessione, tristemente consapevole e disillusa sul suo ruolo di secondo piano nell’organizzazione “e noi ce ne stiamo in disparte, a certe tavolate non possiamo sederci”, mentre i tocchi di piano esaltano questa vena malinconica di un giorno assolato ad un pranzo negli orti della periferia di Milano.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Ciao Vito pt.2 è il pezzo più pulp della raccolta e quindi probabilmente la più divertente, sia nel racconto che nel sound. In più ha una chiosa che può lasciare presupporre, senza esplicitarlo, un epilogo tragico; ma lo fa con una metafora “pop” che cita Franco Califano. Citazione che è perfetto esempio, ricollegandoci al discorso precedentemente, di come certi inserti mirino ad alleggerire la pressione e a stimolare l’ascoltatore alla ricercatezza del gioco di parole. Crediamo sia un pezzo divertente, colmo di quel black humor a cui accennavamo.

IN CHE MODO LA VOSTRA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Beh, crediamo che può rendere felici innanzitutto il fatto che un album come “L’altra faccia della luna” sia un lavoro senza compromessi o concessioni, e che quindi certi dischi si possano ancora fare. E’ come un messaggio di speranza e quindi di felicità il sapere che uno dei più quotati produttori del pop italiano da classifica, si metta in gioco e faccia un disco del genere, significa che per la sperimentazione, l’avanguardia, la ricerca di nuovi suoni e linguaggi c’è ancora spazio. E poi al di là di questo, un disco come questo è divertente di per sé, se approcciato nella chiave giusta, può veramente rendere allegri e aprirti a nuovi ascolti ed esperienze.

QUALI SONO LE VOSTRE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
Da grandi amanti delle canzoni tristi: Watching Alice di Nick Cave & The Bad Seeds e Take This Longing di Leonard Cohen si giocano il secondo ed il terzo posto della speciale classifica. Ma il podio per la canzone più triste di sempre spetta a Jingle Bells, il canto di Natale. Una tristezza nera, assoluta, senza possibilità di redenzione. Il classico esempio al contrario di come pezzi nati come “felici” celino in realtà una cupezza e un mood sinistro e mesto.

Ecco L’altra faccia della luna:

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