Gli Anaïs sono una band genovese, che da vent’anni si diverte a sperimentare, spesso andando oltre il semplice album di inediti. Il loro ultimo lavoro, intitolato Emily Dickinson (Because I Could Not Stop For Death​)​, è la messa in musica di una serie di testi della poetessa americana: il risultato è sorprendente, con tutta la malinconia della Dickinson che sembra fatta apposta per completare le musiche della band, che si rifanno a un certo indie rock anni 90. Abbiamo parlato con gli Anaïs, e l’intervista è stata quadrupla, con tutti i membri della band, Franco Zaio (chitarra), Francesca Pongiluppi (voce), Mauro Ghirlanda (basso) e Guido Zanone (percussioni).

QUANTO TI SENTI HYPFI? CIOÈ, FAI MUSICA TRISTE MA SEI UNA PERSONE FELICE?
FRANCO: Per niente. Se fossi una persona felice non farei musica triste.
FRANCESCA: Tanto da sempre, preferivo le sigle dei cartoni animati anni settanta, sempre più malinconiche e meno orecchiabili.
MAURO: tanto, a volte pure troppo e non ne riesco ad uscire sai.. anche per colpa di tutto quello che ascolto. Mai stato più triste da quando faccio musica triste, ma non riesco a vedere una poesia di Emily Dickinson in versione reggaeton, per cui continuo ad essere triste.
GUIDO: Parecchio, direi da quando sono nato…

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL VOSTRO ALBUM, EMILY DICKINSON (BECAUSE I COULD NOT STOP FOR DEATH), E PERCHÉ?
FRANCO: La più triste After Great Pain, per le parole che ha. La più dolorosa Love, per il pathos in crescendo.
FRANCESCA: Beh partiamo avvantaggiati perché la Dickinson, pur dotata di pungente sarcasmo, prediligeva temi come la morte, la solitudine, la sofferenza. Poi noi siamo di Genova, vero che ci sono tanti comici genovesi, ma è per esorcizzare il blues naturale. “Son zeneize, riso ræo, strenzo i denti e parlo ciæo: sono genovese, rido di rado, stringo i denti e parlo chiaro”. After Great Pain, che volevo intitolare The Hour of Lead, L’ora di piombo (citata nel ritornello): Questa è l’ora di piombo, e chi le sopravvive / la ricorda come gli assiderati / rammentano la neve: / prima il freddo, poi lo stupore, / infìne la resa.
MAURO: After Great Pain, senza dubbio. se guardi il vuoto non lo riesci a vedere.
GUIDO: Sicuramente After Great Pain per via del testo ma anche della musica che ne evoca i contenuti.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
FRANCO: Musicalmente Sunday, mi ricorda Shiny Happy People dei REM, una felicità molto ambigua e “sofferta” però. La più solare è (nomen omen) Good Morning Midnight: la scrissi la notte in cui mia moglie stava per perdere mio figlio in gravidanza, quindi il ritornello lo sento liberatorio e orgoglioso.
FRANCESCA: Sunday All The Time! La Dickinson qui immagina che il Paradiso sia un posto noioso e ripetitivo dove ci siano Messe infinite, e si augura che Dio possa fare un sonnellino per sfuggire al suo controllo ossessivo. E le nostre note accompagnano la sua speranza.
MAURO: decisamente Sunday All The Time! sarà che la prima volta che l’ho suonata era estate e provavamo in un posto caldissimo ma vistamare e mentre provavo ho visto un tipo su un canotto che passava danti alla finestra agitando le braccia come remi, mi ha fatto sorridere molto.
GUIDO: Direi Sunday All The Time… anche se usare la parola “felice” potrebbe sembrare azzardato…

IN CHE MODO LA VOSTRA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
FRANCO: Come per i libri: se le canzoni trasmettono emozioni in cui ci si riconosce, se danno parole e forma sonora a qualcosa che non sapevano dire/scrivere/suonare noi stessi. Più che felicità è condivisione, identificazione. Il non sentirsi soli, almeno a livello emotivo.
FRANCESCA: Guarda, mio padre diceva che non avrebbe mai potuto ascoltarla in autoradio, altrimenti sarebbe andato a schiantarsi per la tristezza. Io credo che possa sollecitare allegria al contrario: fai il pieno di mestizia e da qualche parte di te fa capolino un po’ di allegria che sbotta “mò basta!”.
MAURO: e chi ha detto che la nostra musica potrebbe rendere felici chi l’ascolta? ma se ci volessimo provare penso che ascoltare il disco in un bel luogo ed in buona compagnia potrebbe aiutare a rendere più felice la situazione. Almeno lo auguro.
GUIDO: Dipende da 1000 fattori… noi ci proviamo, questo te lo assicuro, il resto va da sé… però se devo pensare davvero a un modo direi processo di identificazione… proprio così!

QUALI SONO LE VOSTRE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
FRANCO: There is a Light That Never Goes Out degli Smiths, Song to the Siren di Tim Buckley fatta dai Cocteau Twins e Questioningly dei Ramones.
FRANCESCA: La sedia di lillà di Alberto Fortis, The Kindness of Strangers di Nick Cave, Spiritual degli Spain.
MAURO: Flirted with You All My Life di Vic Chesnutt, Fitzroy Strongman dei Sodastream (una band che ho letteralmente adorato) e Morning Hollow degli Sparklehorse (se ho voglia di deprimermi anche quando c’è il sole la metto su). Ma stranamente mentre ti sto rispondendo sto ascoltando Where Is My Mind? dei Pixies, è sufficientemente triste?
GUIDO: Oddio… ok, ti dico solo le prime che mi vengono in mente: Hung My Head di Johnny Cash, All the World is Green di Tom Waits e Guaranteed di Eddie Vedder (lo so, qualcuno storcerà il naso, ma tant’è… non potevo non metterla!)

Ecco Emily Dickinson (Because I Could Not Stop For Death​)​:

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