Matteo Carmignani è un cantautore toscano trapiantato in Veneto. Già attivo nei primi anni 90 con gli Alkimia, ha continuato a suonare e a scrivere fino a oggi, quando ha pubblicato il suo primo album solista, Le curve del buio. Un album intimo e sincero che, parole sue, “racconta l’introspezione dell’anima, il percorso necessario per raggiungere quel luogo che preferiamo evitare per non trovarci di fronte al nostro passato e a tutto ciò che di irrisolto ci portiamo dentro”. Ne abbiamo parlato con lui.

QUANTO TI SENTI HYPFI? CIOÈ, FAI MUSICA TRISTE MA SEI UNA PERSONA FELICE?
Ho sempre ascoltato musica diciamo “triste” e ho una predilezione per tutto quel cantautorato italiano e soprattutto anglofono che ha sempre scritto per far riflettere più che per intrattenere. Le canzoni tristi o malinconiche aiutano e fanno pensare. La solitudine e la malinconia sono stati che mi appartengono e che cerco spesso, non mi creano disagio, anzi, permettono di isolarmi e di concentrarmi su di me e a dare il giusto peso alle cose. Nella vita di tutti i giorni alterno stati di felicità e goliardia a punte malinconiche, ma difficilmente sono triste, anzi in questo periodo della mia vita sono molto felice.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL TUO NUOVO ALBUM, LE CURVE DEL BUIO, E PERCHÉ?
Direi che è Il posto al sole il primo estratto del disco e quella del primo video. Il posto al sole è il posto della rivelazione, la luce fuori dal tunnel alla fine di un percorso intimo, che prova a rivelarci come trovare in noi il vero senso delle cose e del nostro vivere. Ci lascia addosso un senso di disillusione ma diventa un invito a vivere la vita per ciò che siamo e non per ciò che vorremmo essere, ci spinge a non perdere tempo, a vivere, perché tanto alla fine “siamo istanti, luci fioche dentro a un buio senza fine…” Bert Hellinger, scrittore e psicologo tedesco, scrisse che “la vita ci disillude invitandoci a smettere di vivere di illusioni, di credenze, di ideali distorti. La vita ci distrugge tutto ciò che è superfluo, fino a quando non rimane solo ciò che è importante…”. Ecco, il posto al sole ci svela l’ineluttabilità della vita con la quale ci scontriamo ogni giorno, la sua fine e il poco che lasciamo, il niente che resta, il vivere che ci condiziona spingendoci ad inseguire un’ideale di esistenza che non sempre ci appartiene.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
È La danza, l’autobiografia di una rinascita, la mia. Fuori da una anestesia senza fine, dal fondo, dal punto più basso del viaggio… prima ci immobilizza rigenerandoci e poi ci spinge verso l’alto, fino alla luce, per ricominciare a prendere in mano la nostra vita e non mollarla mai più. Credo che sia un messaggio positivo, un traguardo che da inizio ad una nuova partenza.

IN CHE MODO LA TUA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Nel rendere propria la voglia di mettersi in gioco guardandosi dentro come ho fatto io. Credo che nella vita questo momento prima o poi arriva sempre, la coscienza ci chiama e ci invita a prendere tempo per noi. Il disco, infatti, raccoglie canzoni che rappresentano tappe di un percorso interiore e le lega in un concept album dove al centro ci sono gli eventi e le relazioni che mi hanno segnato. Questo ripercorrermi sicuramente è velato di malinconia e inquietudine, ma di quella positiva, quella che fa riflettere e che ci accompagna verso la consapevolezza di ciò che si è. Sembra quindi che molte canzoni lascino l’amaro in bocca, ma Il rivivere il passato attraverso la memoria di ciò che si era, guardandoci quasi come se guardassimo un altro, ci aiuta a prendere coscienza di sé e di come abbiamo affrontato le scelte della vita toccando i propri limiti. Per chi mi ascolta, la musica e il mio modo di scrivere deve diventare uno stimolo, non la cura. La cura e quindi la felicità si possono trovare lungo la strada nel guardarsi dentro.

QUALI SONO LE TUE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
La tristezza ha diverse facce e su di me le canzoni tristi o profonde diventano stimolo per smuovermi dall’impasse.
Le canzoni tristi caricano perché si mettono al tuo stesso piano ma hanno la capacità di comprendere le cose più di quanto riusciamo a fare con noi stessi… Sceglierle è difficile, ne amo tantissime e per ragioni diverse. Le prime che mi vengono in mente sono Guess I’ll forget you dei Black Heart Procession, The Healing Day di Bill Fay, tantissime dei Cigarette After Sex, una band con un sound e un mood unici, mentre degli autori del nostro Paese citerei Scirocco di Francesco Guccini insieme a gran parte della sua discografia, oppure Amore che vieni, amore che vai o La canzone dell’amore perduto di Fabrizio de André.

Ecco Le curve del buio:

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